mercoledì 18 settembre 2013

Un puro atto d'amore



Sapete cosa? Sono stufa!Oggi mi sono svegliata rivoluzionaria. Non sono impazzita, giuro.
Non mi piace il mondo in cui vivo, non ci sto dentro.
Si può rinunciare a qualcuno, a qualcosa, perchè sai che è giusto così?
Costa, c'è un prezzo da pagare e sono sicura che mai nessuno mi verrà a dire grazie.
Un puro atto d’amore.
Non lo fa più nessuno. Fare una cosa, dirla, prendere una decisione a tuo discapito ma a favore di una persona che ami è diventato desueto. L’egoismo, il possesso e diciamolo anche la superficialità con cui si ama, con cui ci si rapporta all’altro, ci guidano come cattivi consiglieri.
L’arroganza con cui si gestiscono i rapporti personali, la bulimia emotiva, economica, la corsa sfrenata alla propria soddisfazione personale, ci fa diventare simili a dei carnefici assetati di sangue.
Prendere, succhiare assetati la linfa altrui è diventato normale.
Si vedono mamme che castrano la vita dei figli, con il troppo affetto per soddisfare  un irrisolto bisogno di attenzioni, mariti che distruggono la vita delle compagne perché incapaci di tollerare la fine di una storia, datori di lavoro che sfruttano miserevolmente il lavoro di chi ha bisogno, politicanti avidi che sporcano il concetto di “polis”, sette più o meno religiose, che in nome di un Dio pacifista fanno la guerra.
Sono solo esempi.
Non è un bel mondo.
Rapacemente si prende o si pretende ciò di cui si ha bisogno.
Questo è il mondo che serviamo su un piatto di latta ai nostri figli.
Non si è più liberi di essere buoni perché troppo impegnati a essere schiavi dei nostri bisogni.
Uomini illustri come Gesù, Gandhi, Martin Luther King, John Lennon, hanno vissuto, hanno pagato e sono morti liberi, erano dei rivoluzionari.
Perché non svegliare la parte rivoluzionaria che c’è in noi?
Nel nostro piccolo potremmo rinunciare ad una quota di egoismo a favore di qualcun altro, sarebbe facile.
Sarebbe un puro atto d’amore.
Non sarebbe un mondo migliore?
Praticare l’altruismo, non fa male alla salute, non inquina, non danneggia chi ti sta accanto, fare fluire amore non scatena guerre, non ingrassa, non ci impoverisce.
E’ impegnativo, ci coinvolge emotivamente, a volte stancante, si può rinunciare a soddisfazioni momentanee, si può allontanare chi ti sta accanto, si può essere fraintesi.
Si dice non sia un mondo facile per gli idealisti, lo dicono i cinici che muoiono schiavi.



mercoledì 11 settembre 2013

Sindrome da rientro -parte seconda



Il viaggio in treno fino alla meta nordica è in religioso silenzio, si dorme, perché un sonno atavico, risultato dalle nottate sveglia a guardare l’alba ti culla e cadi nell’oblio. Come una moderna Rossella O'hara pensi prima di sprofondare in un sonno liberatorio un comodo “ci penserò domani”.
E’ domani, e si continua a non avere voglia di pensare o di parlare.
Arrivo a Bologna. Per dirne una, ci sono almeno dieci gradi in meno, non sei felice ma te lo aspettavi.
La cassetta della posta ti aspetta gravida al nono mese  di bollette da pagare, tu le ignori e apri la porta di casa.
Entrare ti rallegra, per dieci lunghissimi minuti, ti riappropri della tua cuccia, trovi conforto in quell’ambiente così familiare, trovi confortevole il loculo metropolitano dove vivi quando non sei a casa.
Le valige, che colpita da pigrizia momentanea, vorresti lasciare sul pavimento  a fare la muffa fino a natale profumano di capperi e del vasetto di melenzane che ovviamente si è frantumato rovinando per sempre il tuo vestito preferito. Già ti gira male.
Per esorcizzare un silenzio a cui non sei più abituata  ti fai un caffè decaffeinato, vietandoti di pensare alla granita con panna e brioches calda, compagna di colazioni al mare e io, che ripeto sono afflitta  da un bisogno compulsivo di stilare liste, ne scrivo a penna una lunga un chilometro su tutte le cose che devo fare per rimettere in piedi degnamente la mia vita da emigrante.
Presa da una smania organizzativa tipica dei popoli nordici cerchi di non frantumarti per le scale per portare in cantina tutto quello che trovi superfluo in casa, perché  un’improvvisa claustrofobia ti rende intollerabile il poco spazio del tuo loculo.
Pulisci il frigo, in previsione di una spesa da minimo 150,00 eurini, spesa consolatoria, perché il frigo vuoto, si sa fa deprimere.
Rimandi alla sera la lettura della posta, grave errore che si perpetua negli anni.
Come quando ti lasci con il tuo grande amore, non rispondi alle mille telefonate di parenti che vogliono sapere come stai, fa troppo male.
Perseveri e trottoli per tutto il giorno per organizzare, pulire, prendere appuntamenti, rivedere i nordici amici per un riallaccio salutare.
Riprendere le vecchie abitudini è fondamentale per non crollare, in termini scientifici, si chiama rimozione.
Noi emigranti siamo bravissimi nella rimozione, i ricordi dell’estate passata verranno fuori solo quando saremo pronti, psicologicamente pronti.
La sera, stravolta dalla fatica, con una casa che è uno specchio, dopo aver organizzato pulito e preso appuntamenti decidi (stolta) di aprire il chilo e mezzo di lettere. Sul divano, in compagnia di un bel bicchiere di vino, le apri.
Dopo un’ora sei in lacrime e pronta al suicidio. Ti hanno disattivato Sky, e vi dico che Sky cinema al nord è il tuo migliore amico, tagliato il gas, e hai dimenticato di pagare l’ultima rata dell’acqua e della spazzatura.
L’umore è simile a quello di una sindrome pre-mestruale, tra il lacrimevole e l’isterico per intenderci, attanagliata da una malinconia incolmabile svieni sul divano, ricordando tua  sorella, i sorrisi dei tuoi nipoti, la tua mamma e i bellissimi giorni passati. Forse a quel punto una lacrimuccia bagna la lettera di Sky.
Sono tornata.



martedì 10 settembre 2013

Sindrome da rientro



Eccoci!
Si parte, domani si rientra, si lascia l’amata Sicilia per il profondo e freddo nord.
Valigie già chiuse e una depressione mistico-nostalgica che ti attanaglia.
Seduta in terrazza ad ammirare il mare al tramonto con una birra in mano si ripensa ai giorni passati con struggente nostalgia.
Ogni anno è così, già una settimana prima della partenza si è afflitti dalla sindrome da rientro di noi giovani emigranti.
 Sindrome da rientro
Una settimana prima:
si telefona …moltissimo… a tutti i parenti e amici ancora residenti per un ultimo addio. Lacrimevoli frasi come “ ma perché non torni?”,  “questa è casa tua”, non saresti più così sola”, “ tu sei siciliana nel profondo”, “ ti do un anno, poi torni!”  ti vengono subdolamente servite come aperitivo nelle cene d’addio equamente distribuite tra i sadici affetti indigeni. Ai saluti, dopo ore passate tra caponate memorabili, parmigiane da urlo, pasta al forno e pesce come se piovesse, inebriati da ettolitri di vino rigorosamente siciliano, l’espressione degli affetti locali è un misto tra il compatimento di una vita lontana dal MARE e dalla FAMIGLIA e una sana invidia per una doppia vita che in molti, nonostante le difficoltà del caso, ti invidiano.
Si stila una lista, (io che sicuramente ho bisogno di un bravo psicoterapeuta) di tutto quello che volevi vedere, fare e mangiare e che ancora non sei riuscita a vedere, fare e mangiare, nella vana e ridicola speranza di colmare queste mancanze negli ultimi giorni rimasti. Dotata di una spiccata vena sado-masochista, ti programmi  con accanita convinzione un “programmino” che colmi le lacune in cui disgraziatamente sei caduto per mancanza di tempo .
Ogni notte guardi il mare con l’animo di un condannato a morte.
Quattro giorni prima della partenza:
Assumendo un finto atteggiamento di superiorità, di nascosto dai consanguinei, perseveri nel tuo “programmino” del vedere, fare e mangiare con un accanimento molesto degno  di un ingegnere della Bocconi. Usi espressioni tipo “ la mia spiaggia”,(sospiro ansioso) “il  mio mare” (senso di appartenenza) , e non paga, “la mia terra” (va bhè…che gli vuoi dire alla mia terra...si capisce…).
 Saluti la spiaggia della tua infanzia con un ardore, misto a rassegnazione che neanche un Ulisse dei giorni nostri, prima di partire per un Odissea farebbe. La saluti e gli dai appuntamento per l’anno prossimo,. Scientifica, consapevole, speranzosa, perché non si sa mai…
Ti riunisci con amici del sud che vivono al nord e che tacitamente sai che passano un delirio interiore simile al tuo e con disinvoltura, tra un caffè e una sigaretta, armati di calendario si esaminano i ponti, le festività e le possibilità che l’anno ti offre per fuggire nuovamente a casa.
Anche se piove si va in spiaggia con emigranti in partenza, comunque, per tipiche riflessioni da emigranti: “che sarà mai, sono due gocce”, “il mare sotto la pioggia ha un fascino particolare”, “sai, un po’ mi sono stufata di tutto questo caldo”. Si lanciano sguardi di complicità emotiva dissertando sull’opinione comune che “gli altri” (quelli che vivono nella loro città, fanno un viaggetto e ritornano), non sanno cosa vuol dire stare da soli. “Ma che ne sanno loro di cosa vuol dire…” sospirato in compagnia.

Due giorni prima della partenza:
Ti guardi allo specchio  e ti trovi sbiadita, l’abbronzatura  va via, iniziano le piogge che ti impediscono di stramazzare al sole per le ultime volte. Ti chiudi nostalgicamente in te stessa facendo le valige, metti via i ricordi di quella splendida vacanza alle isole Eolie (conchiglie, tappi di bottiglie, biglietti sbiaditi dell’aliscafo) ricordando quanto ti sentivi felice, di quanto erano belli i suoi occhi.
Poi ti ubriachi selvaggiamente per stordirti  e trovare il coraggio di affrontare l’ennesima cena tra parenti, improvvisamente allegra e di buon umore.
Il cuore è piccolo come una nocciolina americana davanti l’alba che ti sei costretta ad ammirare per cancellare almeno una, delle dieci voci, che rimangono sulla tua maledetta lista.
Compri i capperi, pomodori  e melenzane sott’olio, estorci dal cuoco del tuo ristorante preferito la ricetta di quella caponata  che ti è piaciuta tanto, sapendo di avere un inverno per poterla riprodurla.
 Giorno della partenza:
Sei ufficialmente depressa.
La giornata ti passa con una rassegnazione tipica di un ergastolano, vegeti sperando di non scoppiare in lacrime al semaforo sentendo “Estate” di Jovanotti alla radio.
Sei allegra come una tigre affamata alla stazione, quando vedi quelle mani che fanno ciao, i baci, i “ci vediamo a Natale”, non puoi farne a meno, per un micro secondo li detesti perché a loro l’idea di partire non li ha mai sfiorati.
Domani si rientra.

martedì 9 luglio 2013

Riflessioni...



Chissà perché è così fuori moda regalarsi?
Oggi mi gira così, oggi rifletto.
Tutti hanno paura, paura di scoprirsi, di soffrire, di abbandonarsi. Non ci piacciamo, pensiamo di essere talmente imperfetti da non poter piacere semplicemente così come si è, ci nascondiamo dietro atteggiamenti costruiti nel tempo con una lentezza e una perizia estenuante, frutto di delusioni di dolore.
Un puzzle maldestro che non si completa mai.
Maschere pirandelliane sotto le quali nasconderci, che danno sicurezza come una soffice coperta calda in una notte fredda. Sentiamo freddo, sempre di più e i giorni passano sapendo che in pochi, forse nessuno ci conosce fino in fondo. In un circolo perverso si soffre perché non veniamo capiti quando siamo i primi a non concederci la libertà di farci conoscere. Di regalare pensieri, emozioni e tutto quello che ci portiamo dentro con estrema semplicità, senza paura.
 I bambini non hanno paura, vorrei tornare bambina.
Gironzolare senza pensieri con le treccine e sbattermene del mondo che mi gira intorno. Soffrire, piangere e essere felice senza preconcetti. Vorrei riprendermi la libertà di essere imperfetta davanti ad un esercito di maschere deformi. Ci si sbatte come biglie contro quello che devi, contro le responsabilità, contro le pretese di quelli che ti circondano. In un’anarchica ricerca di quello che non si ha, si da per scontato quello che c’è. Essere liberi di essere se stessi ha un prezzo che devi essere convinto di voler pagare.
Vedo gente triste che non fa niente per cambiare.Vedo gente paralizzata dentro un fiume che non si ferma.Persone col dito puntato giudici di un mondo virtuale.Questa pesantezza mi affatica.
Voglio tornare bambina e andare in altalena, voglio regalarmi al mondo senza ipocrisie, non ho nulla da perdere, perchè quello che ho lo porto con me.

lunedì 3 giugno 2013

Cara Benedetta...



Cara Benedetta Parodi, io mi rivolgo direttamente a te, che sei donna, mamma e cucini miracolosamente su tacchi da dodici centimetri, fonte di ogni mia ispirazione culinaria, ti racconto la mia serata.

Allora, considerato che non si può morire di inedia dopo una separazione per abituarmi all’idea di un appuntamento galante con un uomo, ho invitato il mio avvocato a cena nella casa nuova.

Lui è un cinico sciupafemmine e io una donna fortemente provata, quindi per allenarmi al mondo di bamboccioni che c’è fuori, ho invitato lui, che tra un sorriso da marpione e una battuta a doppio senso, ha accettato volentieri. 
In effetti è un bell’uomo, divertente, affascinante e con due bellissimi occhi verdi, l’uomo perfetto da evitare se sei diventata una delle sue migliori amiche, se non avesse curato la tua separazione e se non ti fosse piombato a casa durante una tremenda influenza commentando il tuo stato larvale con disgusto.

Con lui mi sentivo sicura, accolta. Lo conosco da sempre.

Il mio piano era semplice: piccoli figli invitati a un pigiama party da un amico, ristrutturazione fisica e mentale, cucinare.

 Il menù della serata prevedeva come antipasto insalata di polipo e tartara di tonno e avocado, come secondo sarago arrosto profumato alle erbe e entusiasmata dall’idea di cucinare qualcosa di diverso da bastoncini di pesce e uovo alla coque, mi sono esibita in fragoline con  panna e meringhe per concludere in dolcezza.

In salone ho apparecchiato con attenzione, tovaglia bianca della nonna, piatti quadrati di ceramica bianca e fragile, candele. Avremmo cenato a lume di candela. Stivali neri e vestito scollato completavano il quadro di una serata che avrei definito ad alto contenuto ormonale se non si fosse trattato di lui.

 Cosa non ha funzionato??

E’ arrivato trafelato, ha gettato la sua giacca di pelle sul divano, mi ha guardato con uno sguardo dolce e arruffato  e mi ha detto “Sei bellissima stasera, Paola”.

L’ho guardato interdetta e gli ho offerto da bere un bicchiere di vino bianco siciliano, freddo.

Fin qui tutto bene.

 Mi ha fatto compagnia in cucina, mentre preparavo le ultime cose da portare a tavola, sentivo il suo sguardo su di me, era stranamente silenzioso. Ha messo su un cd di Vasco e alla canzone “Stammi vicino” mi ha preso per mano, mi ha tolto il bicchiere di vino,  l’ha posato sul tavolo e abbiamo cominciato a ballare, come due bambini.  Sentivo il suo respiro caldo vicino al mio orecchio, ridevamo, mi prende sempre in giro, su tutto. E’ un nostro  gioco, lui elenca i miei terribili difetti caratteriali, io lo assecondo divertita.

 Il suo corpo era caldo e mi stringeva stretta, giocava con i miei capelli al ritmo di musica, e mi guardava, guardava dritto in fondo all’anima con una serietà che non riconoscevo. Su uno struggente Vasco che cantava “ Sally” gli ho sussurrato dolce “ sembra che parli di me…io li pago tutti i miei peccati”.

Un’ attimo di scopertura, io che mai neanche sotto tortura rivelo i miei stati d’animo, forse per stanchezza, per paura, stretta a lui, mi sono lasciata andare.





Mi ha accarezzato la testa e quando mi ha baciato, non mi sono sorpresa, l’ho desiderato, L’ho desiderato così tanto da non capirci più niente. Mai nella mia vita mi era successo di desiderare un contatto così intimo con una persona. E’ come se ne riconoscessi l’odore…

Abbiamo mangiato a letto, solo gli antipasti e le fragole, dopo aver fatto l’amore…un amore così speciale da non poterci credere. La prima volta è sempre complicata…diciamocelo… invece è stato tutto naturale, sia la prima, sia la seconda che la terza volta.

Ora dorme nel mio letto, sembra tornato bambino, il volto rilassato, sorride nel sonno.

Cara Benedetta, dove ho sbagliato?? Scommetto che le tue cene non finiscono così...