Dai su, che mi sono convertita...
Halloween non poi così male, è più pulp del Carnevale innanzitutto.
Mi piacciono i cimiteri, non li vedo come un posto ostile,ci vado volentieri a curare le tombe, a portare i fiori a le persone che non ci sono più, che riposano lì. Regalo fiori a tombe sconosciute, quelle disadorne. Non mi fanno paura. Mi inteneriscono.
Però Halloween mette allegria, si smorza l'atmosfera nostalgica.
L'euforia dell'attesa per i bimbi inizia a settembre. Per loro è un'appuntamento a cui non vedono l'ora di andare.
La loro attesa, mi diverte e mi coinvolge. Questa festa straniera, celtica, mi sta simpatica.
La guardavo con scetticismo, distante. Invece lentamente mi ha conquistato.
C'è il trucco, il parrucco, ci vuole una preparazione.
Le strade di Bologna invase di bimbi che ridono, mascherati, sporchi di dolcetti recuperati nei negozi, da negozianti che fingono terrore. Allegri di zucchero, incantesimi, duelli di scheletri e anatemi di vampiri in piazza. C'è fermento.
Quindi direi parità Halloween 1 Giorno dei morti 1.
Pareggio, pari e patta.
Tanto i ricordi, camminano dietro di noi.
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lunedì 31 ottobre 2016
giovedì 1 novembre 2012
giorno dei morti
Il giorno dei morti.
Oggi, purtroppo, sono lontana dai
miei, che riposano insieme nella cappella di famiglia del cimitero di Messina.
I cimiteri non mi
spaventano, si respira una pace profumata di fiori in decomposizione, che mi
rilassa, mi pacifica. Vado spesso al cimitero quando sono a Messina, mi piace passeggiare tra le tombe, piccoli scrigni marmorei di vite passate, leggere gli
epitaffi, controllare curiosa le date di nascita e morte, osservare le foto
ingiallite di volti sorridenti fare capolino da tanta immobilità.
Il giorno dei morti
nella mia città splende il sole, è una
tradizione tacita e granitica.
Ci si veste con cura, perché la visita ai defunti è uno
spettacolo da condividere con tutta la città, una folla di anime vive invade il
regno dove giocano ogni giorno anime silenziose.
Sono abituate al silenzio,
alla quiete e sorrido, alla vista di parenti carichi di fiori colorati, comprati
con amore dal fioraio appena fuori il grande cancello nero di ferro battuto
dell’entrata, pensando che tanta confusione le possa disturbare, confondere,
turbare la loro quotidiana routine.
Si aprono i cancelli arrugginiti di
cappelle, chiuse da troppo tempo, per non avvertire il tanfo di
marcio di fiori ormai secchi, l’odore di chiuso e di polvere che dall’ultima
visita si è accumulata sui piccoli altari. Gesti automatici, rituali, per
riportare al nuovo quello che giornalmente è abbandonato.
Mi vedo piccola,
vestita, composta, in un abito nuovo, comprato per l’inverno che doveva ancora
arrivare, correre alla fontana vicino alla cappella per pulire i vasi, dove l’acqua
evaporata aveva lasciato i segni del calcare sul vetro. Ricordi di me bimba, riempire d’acqua gelida
vasi più grandi di me, con la paura di macchiare di fango, le scarpe nuove che
Lucilla mi aveva costretto ad indossare. Era un giorno di festa, la scuola era
chiusa e la promessa di un pranzo fuori con tutta la famiglia mi rallegrava,
sapevo che la nonna Paola, come ogni anno, mi avrebbe comprato i dolci di
marzapane a forma di castagna e di carruba, che tanto mi piacevano. Le sue parole dolci ma decise, lei, la mia dolce nonna, bella, alta, con la sua immancabile collana di perle, rimproverarmi per il chiasso che
il giorno dei morti era inopportuno e la mano grande di mio padre, che
profumava di sigaro, stringere la mia, durante la messa dentro la cappella.
I passi lenti, con le
mani dietro la schiena di mio nonno, il padre di Lucilla, insieme a quelli dei
miei zii, salire la collinetta che portava alla tomba di mia nonna Giovanna,
una nonna che purtroppo non ricordo. Pensavo che lei era più fortunata ad avere
una tomba all’aperto, non era chiusa in un’angusta cappella in compagnia di
sconosciuti morti tanto tempo prima. Lo penso anche adesso quando le porto i
narcisi blu, che mi dicono, adorava.
Immaginavo
le anime delle persone defunte camminare per la strada, bordata da alti
cipressi, tenendosi a braccetto per farsi compagnia. Mi piaceva figurarmele a
chiacchierare del tempo sulle panchine di ferro battuto, vedevo distinti
signori col cappello inchinarsi in segno di saluto davanti a belle dame ingioiellate.
Credevo di sentire i sussurri romantici di amanti sfortunati, le risate di bambini che giocavano tra le tombe a nascondino, e rimproveri col sorriso, di vecchi nonni orgogliosi.
Credevo di sentire i sussurri romantici di amanti sfortunati, le risate di bambini che giocavano tra le tombe a nascondino, e rimproveri col sorriso, di vecchi nonni orgogliosi.
L’ultima volta che da
sola, in un giorno qualunque sono andata al cimitero, avevo molti più fiori da
portare.
La differenza di temperatura tra l’esterno e l’interno della
cappella mi coglie di sorpresa ogni volta, rabbrividisco. Mia nonna, mio nonno,
mio padre, tutti insieme mi guardano da foto di una vita che non c’è più, in
silenzio porto i vasi senza acqua alla fontana, li svuoto dei resti marci di un
gesto d’affetto, spazzo per terra la polvere e le foglie che si sono accumulate
come un velo di disattenzione, lavo l’altare, cambio i mozziconi di candele con
delle nuove appena comprate, le sistemo dritte, nei candelieri. Mia nonna mi
sorride, grata di tanta attenzione. Mio padre mi ascolta, mentre racconto le ultime
novità delle mie sorelle, di Lucilla, le mie. Avrei tanto da raccontare oggi,
vorrei essere là con loro, svuotare, riempire, spazzare insieme alle mie sorelle,
a mia madre, ai miei figli. Vorrei comprare i dolci di marzapane e mangiarli
insieme alla parte sopravvissuta della mia famiglia, sentendo vicini quelli che
non ci sono più. Vorrei andare dalla nonna Giovanna a cui si è aggiunto mio
nonno, vicini, in due tombe gemelle, all’aperto.
Oggi vorrei essere a casa.
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