martedì 14 maggio 2013

Aiuto...



Ma cosa hai fatto? Cosa mi hai fatto? Perché?

Aiutami, non andare via, non mi lasciare qua da sola, ti prego. Non puoi farlo!

Torna qui, aiutami.

Sono sdraiata in una posa scomoda, innaturale, quasi a faccia in giù, riesco ancora a sentire l’odore della terra bagnata, dell’erba. E’ buio, sento tanto freddo.

Mi ha lasciato qua, così, a terra.  Ho sentito dei passi che andavano via ma so che da qualche parte sei nascosto a guardarmi. Non mi lasceresti qua da sola, non saresti tranquillo, aspetterai fino alla fine. Vigliacco.

Vorrei urlare, gridare che non voglio morire, non così, non per mano tua, ma non posso, non riesco a muovermi.

Mi hai umiliata. Mi hai strappato il maglione, la faccia è gonfia di pugni.

Piove.

Non riesco ad aprire gli occhi, mi fa male tutto.

Stavolta l’hai combinata grossa, hai esagerato, nella tua furia non ti sei reso conto che ero a terra quando mi prendevi a calci. Avevi occhi liquidi di una rabbia di cui non ho e non ho mai avuto colpa. Sei un pazzo.

Perché? Mi chiedo ancora perché tanto odio verso di me che sono quella che ti sopporta da anni, quella che ti ha regalato una figlia, che ti stirava le camicie, che ti amato tanto da sposarti. Porco.

Un porco lo sei sempre stato, un infedele, un traditore.

Eri bello quando ti ho incontrato, nei tuoi occhi stasera ho visto il mostro che sei diventato, l’ho visto rifesso nel coltello che mi hai piantato in pancia. L’ultima immagine era il tuo volto stravolto dalla follia per quello che stavi facendo. Sorridevi. Ti odio.

La mia vita non è roba tua, non avevi nessun diritto di togliermela, di privarmi di mia figlia, dei miei sogni, del mio sorriso. Sei un mostro, una bestia.

Perché?

Mi hai urlato che me lo sono meritato, che era colpa mia, che dovevo morire. Sei malato, un animale.

Il mio silenzio è stata la mia condanna a morte, avrei dovuto reagire, andarmene, ma sapevo che mi saresti venuto a cercare, che mi avresti trovato, che nessuno mi avrebbe protetto.

Avrei dovuto parlare con mia madre, con un amica, con la polizia.

 Sono stanca, ho freddo, il dolore è insopportabile.

 Avevi progettato tutto, l’avrei dovuto prevedere. Bugiardo, falso.

Ti ho scoperto, so che mi tradisci, che dopo anni di umiliazioni continue, ti sei preso la libertà che mi neghi, sei innamorato di un’altra.

Ho fatto l’errore di dirtelo, di dirti che era finita, che me ne sarei andata, che mi facevi schifo.

Avrei dovuto prevedere la tua reazione. Ma come avrei potuto?

Ho paura, tanta paura. Aiuto.

Aiutatemi, vi prego aiutatemi, non voglio morire.  Voglio tornare a casa, prendere mia figlia e scappare lontano. Eri tu quello che doveva morire.

Non sento più dolore, non sento più freddo, più niente, che sollievo.

La mia bambina…


Per Melania e tutte le altre donne e mamme uccise dai loro compagni.

martedì 30 aprile 2013

Mannaggia la pupazza!



Che brutta giornata! 
Non ha suonato la sveglia, sveglia che ho impostata nel cellulare. Suona ogni mattina alle sette e un quarto e risuona, perché mi conosce, alle sette e venti.
Ho vestito i bimbi ad una velocità che neanche Hudinì ci sarebbe riuscito, ho preso succo e merendina costringendoli a una prima colazione “on the road” mentre guidavo verso scuola in vergognoso ritardo, giustificandomi alle lamentele di pargoli assonnati, al grido di “Il latte e Nesquik non si può bere ogni giorno, fa male!”.
Non ho il cellulare e ho dimenticato di non averlo, ieri sera prima di andare a letto.
L’ho dimenticato a casa di una amico a Roma. Dopo due bellissimi giorni passati insieme, lì sul suo tavolino, attaccato al suo carica batteria, giace la fonte di tutti i miei contatti.
Come è il detto? Ti accorgi veramente di quanto tieni a una persona quando non ce l’hai più?
 Secondo me vale anche per i cellulari. Quel piccolo rettangolino mozzato che è la mia personalissima sim card, mi manca immensamente, tragicamente. Isolata come in una bolla vago per la città cercando di ricordare i numeri che non so a memoria e che non ricorderò mai.  
Non ricordo il numero di Lucilla, mia madre, che di per sé non è una tragedia in fondo, ma il numero della pediatra, quello sì, quanto mi manca, per non parlare di quello del mio ristorante cinese d’asporto o del pin del mio bancomat. E’ una questione di priorità nella vita! Ho un telefono fisso a casa, del quale ovviamente sconoscevo il numero, scoperto chiamando l’unica amica di cui ricordo il contatto perché è sempre lo stesso da vent’anni.
Sono ritornata agli anni ottanta, quando fuori da casa eri irrintracciabile. Un tuffo nel passato che ha il suo fascino ma non collima con le esigenze di una donna-mamma separata. Senza i miei contatti, la mia rubrica, i miei quotidiani messaggi, mi sento persa. Potrei ricaricare il cellulare di mio figlio se solo ricordassi il suo numero.  Certo ho molto più tempo libero…ma soffro…”della sindrome da cellulare privo”.
Amico…ti prego…lo so che Roma è lontana... che la lontananza è come il vento....che domani è ponte…che c'è il concerto...ma fai una magia e ridammi il telefono…

martedì 9 aprile 2013

Mors tua vita mea


Essere maleducati è una chicca che ci si concede troppo spesso.
Essere gentili ed educati sorprende e diventa un’eccezione in un mondo di barbari rivoltosi e molesti.
Dopo anni di attenta osservazione, ho costruito l'identikit del maleducato.



Al ristorante

 A volte ci si chiede perché non stia a casa a mangiare cibo in scatola!

E’ aperto alle nuove tecnologie e le colleziona con un accanito ardore.

 Passa metà della cena a smanettare sopra la tovaglia con l'ultimo modello di cellulare, mandando quintali di sms, soggiornando su facebook o twitter come un moderno argonauta alla scoperta di un mondo nuovo e con lo stesso ingenuo stupore posta le pietanze che fredde giacciono nel piatto, piegate dalla ricerca di un'inquadratura perfetta. Tedia a morte i suoi commensali. Fotografa i suoi compagni di desco con la forchetta a mezz’aria e la bocca spalancata e ne pubblica le foto sui social network al loro insaputa. Non è attento agli affetti familiari. Se chiama la mamma, la fidanzata, la moglie, chiude il telefono in faccia alla malcapitata.

In fila

Che sia al supermercato, alle poste, al cinema, alla biglietteria della stazione, il maleducato ha un' idiosincrasia cronica per la sua personalissima perdita di tempo. Lo vedi agitarsi, sudare e provare a fare la mossa della biscia, svicola e supera con fare indifferente. Con un arroganza tipica del soggetto, se scoperto e redarguito, ti insulta, sbuffa, ti addita come rompiscatole, cerca la rissa. In fila il maleducato diventa un soggetto pericoloso.

Il posteggio

Il maleducato ha la sua patologica e irremovibile convinzione che la strada pubblica sia una sua personale e inviolabile proprietà. Gira tronfio con lo stereo a palla, perennemente aggrappato al suo cellulare, posteggiando la sua autovettura sulle strisce, in seconda o terza fila, davanti la fermata dell’autobus, in base alle sue personali necessità. La sua meta è sempre davanti il suo fantasioso parcheggio.  Il maleducato è fondamentalmente pigro e sempre allergico alla sua perdita di tempo. Svuotare il contenuto del posacenere e lasciare immondizia un po’ dove capita denota un’attitudine spiccata all’ordine e alla pulizia del suo mezzo di locomozione. Se dopo aver fatto colazione, giocato un gratta e vinci (è un fatalista) e fumato la sigaretta, si accorge che quello strombazzo che si udiva da mezz’ora non era una banda di passaggio, ma un povero umano bloccato dal suo improrogabile desiderio di caffè, che fa? Insulta, subito, così per farti capire che è lui il padrone, insulta e borbotta frasi del tipo “Hai fretta?”. Il maleducato ha un concetto del tempo e un udito schizofrenico. Attenzione! Il maleducato è terrorizzato dai pedoni sulle strisce, prima suona impaurito e dopo, al culmine di una crisi di panico li punta e cerca di eliminarli.

Ovunque

Affetto dalla sindrome “da primo della classe” e caratterizzato da una personalità istrionico-narcisista, il maleducato urla, sempre, ovunque.  Si agita. Probabilmente iperteso, crede che le sue personali riflessioni siano d’interesse pubblico e ne fa sfoggio continuamente. Anche se laureato, è dotato di una padronanza del linguaggio tipica della prima età scolare, ama le esclamazioni che siano di giubilo o di stizza e ne regala a piene mani. E’ un chiacchierone e odia stare da solo. Ammorba poveri sconosciuti che leggono sui mezzi pubblici, fa dissertazioni politico-populiste al bar, negli uffici pubblici, dal medico in sala d’attesa. Il suo smodato istinto di sopravvivenza lo fa applaudire con ferocia dopo l’atterraggio e la sua dirompente energia fa sì che canti coretti da osteria ai matrimoni. In tv, il maleducato da libero sfogo alla sua natura perché ha sentito dire che fa salire l’audience. E’ un estroverso, troppo.

Animali domestici

Il maleducato è pieno d’amore per le “specie inferiori”.

Che siano cani, gatti, pitoni o furetti, è convinto che distribuire in ogni dove le deiezioni del proprio animale da compagnia sia cosa buona e giusta, che lasciare libero di scorrazzare l’amico fedele in prossimità di un parco giochi per bambini sia legittimo, che terrorizzare vecchiette per strada con alani, senza guinzaglio, che mostrano i canini sia normale.  


In un mondo dove la mancanza di regole e di rispetto per il prossimo regna sovrana ci dovremmo arrendere tutti al motto “mors tua vita mea”?

Preferisco essere gentile.

giovedì 28 marzo 2013

Bianca



L’odore di vecchio entrando, mi ricorda la casa della mia bisnonna.
Un tanfo di finestre non aperte, di cucina, di cibo per cani e minestrone.  La signora Bianca mi fa strada verso la cucina. Cammina strisciando il piede sinistro, lenta, curva sotto il peso di quegli anni che dall’aspetto potrebbero essere ottanta.

Le ho chiesto aiuto, ho appena traslocato, avevo bisogno del numero dell’amministratore del condominio.

L’ho incontrata sulle scale, carica di pacchi per la spesa. L’ho aiutata a portarli in casa, gentile, premurosa forte della mia assoluta mancanza di acciacchi.

Le mani deformate dall’artrosi, tristemente nodose, sfogliano una rubrica rossa consunta dal tempo. Dentro le pagine ingiallite, una grafia minuta si accorda perfettamente con  dei polsi sottili, con un altezza dimezzata dal peso di una vita. Prepara un caffè e chiacchiera, ha una voce calda, di nonna.

Racconta di quando si è trasferita lei in quel palazzo, era una ragazza.

Mi descrive la portiera come una brava donna, ma tanto pettegola. Mi racconta della coppia del terzo piano, due  amanti trasferiti da poco, arrossisce pudica, raccontando che la notte si danno alla pazza gioia.

Si allontana, tornando poco dopo, con una scatola di scarpe che poggia sul tavolo in cucina.

Io dovrei andare, ho un milione di cose da fare, di pacchi da svuotare; ho una vita da ricominciare.

Gli occhi cerulei di Bianca, sono imploranti quando mi vede guardare l’orologio. Continua a raccontare, aprendo la scatola carica di vecchie foto.

E’ sola da venticinque anni, il marito, è morto di cancro, racconta con una rassegnazione che il tempo le ha regalato.

 Un bel ragazzo, moro con baffi fuori moda, stretto ad una donna bionda che a stento riconosco nella vecchietta che mi parla. Una gioventù fermata in uno scatto, due innamorati che sorridono all’obiettivo, complici.

Un compleanno, tre bimbi vicini ad una torta, la stessa signora bionda leggermente invecchiata, con una pettinatura diversa e qualche chilo in più, sorride orgogliosa  e compiaciuta.

Mi parla dei figli, tutti maschi, mi dice alzando gli occhi al cielo. Mi racconta di ognuno, facendomi vedere foto di bimbi paffuti, le assomigliano, hanno tutti e tre gli occhi della signora delle foto. Ora i suoi sono appesantiti dalle rughe, le palpebre ricoprono per metà uno sguardo acquoso.

 Sono tutti via i figli, in altre città, tutti sposati e non chiamano quasi mai, mi dice chinando il capo.

 E’ nonna di due nipoti bisbetici come le nuore; ride Bianca, felice della battuta riuscita, mostrandomi due ragazzini che giocano a calcio.

E’ tardi devo andare, devo tornare al mio trasloco ma mi congedo mal volentieri da questa dolce signora sola. Le vorrei fare compagnia, farla parlare dei tempi andati, riempire il vuoto che le si legge in faccia.

Mi scrive il numero dell’amministratore e mi accompagna lentamente alla porta raccomandandomi di venirla a cercare se avessi bisogno di qualcosa.

La bacio sulla guancia rugosa che profuma di sapone, non c’è abituata, impercettibilmente si scansa.

Mi prende le mani tra le sue, si scusa per quel leggero gesto d’imbarazzo.

“Sai tesoro, è troppo tempo che nessuno mi da un bacio, non ci sono più abituata”, mi dice imbarazzata non so se per il mio gesto d'affetto o per la confessione.

Chiusa la porta rimango un attimo ferma a pensare alla potenza distruttiva e malinconica della solitudine e della vecchiaia.

Sicuramente la tornerò a trovare.
Non per pena, perchè un giorno sarò vecchia anche io, e vorrei tanto che una donna sconosciuta mi facesse sentire meno sola per un paio d'ore.

venerdì 1 marzo 2013

Antropologiche differenze



E’ un fatto assodato che la comunicazione tra uomo e donna conserva enormi lacune antropologiche.

 La Venere nascosta nelle donne ha bisogno di esprimersi, continuamente, con fiumi di parole, la donna esterna, racconta, insegna.

Marte, dominatore assoluto della psiche maschile, ascolta solo le cose utili, aspettando con pazienza alcuni, con scarsa altri, che la donna gli presenti un valido problema da risolvere per poi rinchiudersi beato nella sua comoda caverna interiore.

“Niente” è l’insieme di sillabe che normalmente fa tremare un uomo dotato di un discreto grado intellettivo.

Quando l’uomo chiede incautamente “c’è qualcosa che non va amore?” e l’ermetica raccolta di sensazioni che è la donna risponde serafica “niente”, qualcosa puzza di bruciato, si prepara per l’inconsapevole preda, una trappola da cui non potrà scappare facilmente.

Se io fossi uomo, tremerei, avvertirei una scarica alla base del collo, una botta d’adrenalina che geneticamente mi indurrebbe alla fuga, una sensazione di catastrofe imminente che mi porterebbe a fare perdere le mie tracce, penserei, come alternativa, alla legione straniera.
La donna non dice mai "niente" a meno che non sia imbufalita e (cosa strana) troppo arrabbiata per parlare.

Lui, invece, l’uomo, il caro compagno di vita, di sollazzi, il sempiterno seminatore di  calzette, l’irriducibile della goccia, che fa?

 Lui ha tre opzioni perché è un essere semplice.
L'idiota non capisce, archivia la risposta "niente" come vera, crede sul serio nella sua beata ingenuità che "niente" corrisponda a niente. (Caso clinico)

Il pavido ignora totalmente l’amata e la lascia a mollo nelle sue paturnie scatenando l’ira funesta e recriminazioni a cui  non riuscirà a sottrarsi per anni. (Suicida)

 Lo stoico affronta il problema sperando in una archiviazione veloce. (Paziente, coraggioso)
L'idiota è un uomo che ha avuto poco a che fare con le donne, probabilmente ultimo di sette fratelli, figlio di padre vedovo oppure semplicemente tonto.
Lo stoico, uomo senza macchia e dotato di un coraggio al limite dell'incoscenza si lancia comprensivo e attento nel difficoltoso tentativo di sviscerare un problema per lui, in partenza, assolutamente inesistente.

Il pavido, è ovvio, sa di essere in torto, si sente colpevole, fa il sorcio e si nasconde, lurido striscia sperando nell’autoconservazione, con ignavia evita qualsiasi argomento che possa scatenare l’inferno, fa il vago, simulando gastroenteriti fulminanti per impietosire la compagna ( affetta come tutte dal complesso della crocerossina).  Crea partite di calcetto, andate in palestra o cene tra amiconi che l’aiuteranno nel prendere tempo  nella a dir poco vana speranza che lei dimentichi.

Spera e prega che sopraggiunga un evento casuale (problemi al lavoro, figli, pioggia di meteoriti) che distragga la sua compagna.

Ma come fate a non avere capito che noi donne non dimentichiamo mai niente?

Le donne non dimenticano, archiviano, meticolose, in piccoli cassetti del loro sconfinato cervello, tutte le mancanze, bugie e offese del compagno, pronte come delle api assassine a pungere al momento giusto, felici di far uscire a valanga tutto il loro malcontento.

Ho ascoltato con pazienza racconti sofferti di amici lasciati dalle loro compagne.

“Non mi sono accorto di niente, è stato tutto così improvviso!” cianciano ubriachi di sofferenza e gonfi di alcool i mollati di turno.

Ho sempre risposto con gentilezza per non infierire: “Non l’hai ascoltata, lei ti avrà lanciato centinaia di messaggi subliminali, è impossibile che tu non te ne sia accorto”.

“ Giuro, non  mi sono accorto di niente, era come al solito e poi di punto in bianco mi ha piantato” blaterano i lacrimosi nuovi single pronti dopo altri due bicchieri a dire ti amo alla prima sconosciuta che rigonfi il loro ego ferito.

Amici, se la vostra compagna vi risponde “niente” alla domanda “cosa c’è amore?” drizzate le orecchie, sintonizzatevi e  allarmatevi perché quello è un segnale e per dirla come un medico è un sintomo prodromico della fine!!!!